Battetele? Una lettura di genere di Corano IV, 34

Women-by-Memac-Ogilvy-Mather-Dubai1“…Esse sono una veste per voi e voi siete una veste per loro” (Corano, II, 187)

La violenza sulle donne non è specifica per un particolare gruppo religioso, o sociale. Essa come sappiamo coinvolge tutte le comunità umane, quale sia la nazionalità, le caratteristiche sociali e culturali, incluso la religione. In forme diverse la violenza da parte di uomini familiari o sconosciuti, che sia fisica o psicologica, colpisce ovunque le donne, anche nel nostro paese. Le statistiche più recenti indicano che in Italia la violenza contro le donne (molestie sessuali, stalking, maltrattamenti e femminicidi) sono un fenomeno grave, diffuso e trasversale a tutti gli ambiti sociali.

Gli ultimi dati ISTAT dicono che il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni hanno subito almeno una volta violenza fisica o sessuale e le segnalazioni di stalking e maltrattamenti sono aumentate del 45% dal 2011 al 2016.[1] Il 31,3% donne fra i 16 e i 70 anni di origine straniera hanno subito violenza fisica o sessuale, una quota pressoché identica a quella delle italiane, ma con più alti livelli di denuncia. Nonostante questo, i media enfatizzano la violenza domestica all’interno delle comunità straniere collegando la violenza di genere a fattori culturali specifici e non riconducendola ai rapporti di genere e al persistere della struttura di dominio patriarcale. Soprattutto per quanto riguarda le comunità musulmane, la violenza sulle donne viene ricondotta all’Islam e ai dettami contenuti nel Corano e nella Sunna profetica, che costituiscono le due fonti testuali della Sharia. È bene quindi affrontare la questione da questo punto di vista, dei testi e della giurisprudenza, per scoprire le cause reali di discriminazione e violenza che vengono coperte con una visione deformata della religione.

Oltre ad una diffusa ignoranza e al pregiudizio che domina nella idea che generalmente si ha in occidente dell’Islam, la distorsione è dovuta anche alla pratica delle persone che, provenienti da paesi a maggioranza musulmana, osservano più le tradizioni del loro gruppo sociale che l’Islam dei testi. Una diffusa subcultura musulmana sessista e fortemente discriminatoria nei confronti delle donne è un supporto notevole al maschilismo già presente nelle società, poiché il patriarcato domina- in misura diversa- nelle società arabe, africane ed asiatiche, quali siano le appartenenze religiose. Come ho avuto modo di sottolineare[2], i predicatori incompetenti- che nel caso del nostro paese spesso esercitano senza alcun titolo-  hanno le loro responsabilità nel diffondere interpretazioni distorte della religione a proposito dei rapporti di genere, mantenendo viva una cultura popolare maschilista a cui si dà una coloritura islamica di comodo.  Questo pericoloso equivoco quindi, che l’Islam in qualche modo autorizzi una violenza psicologica (isolamento, subordinazione) o addirittura fisica sulle donne, non si è diffuso solo nei luoghi comuni occidentali ma è anche largamente frainteso nella comunità musulmana.

Il Corano e la pratica profetica (raccolta nella Sunna, seconda fonte della Sharia) illustrano chiaramente la relazione tra i coniugi secondo la visione islamica. Il Corano dice che la relazione è basata sulla tenerezza e la protezione reciproca, il sostegno all’altro, la gentilezza, la giustizia e la misericordia. Il profeta Muhammad ha dato l’esempio di questo ideale di relazione coniugale nella sua vita personale, e i molti ahadith (detti profetici) sull’argomento sono chiarissimi. Quando gli venne chiesto della responsabilità verso la moglie disse: ‹‹Dalle da mangiare quando mangi tu, vestila quando ti vesti, non insultarla e non picchiarla.›› Nel discorso d’addio fatto durante l’ultimo pellegrinaggio, il Profeta ha raccomandato il rispetto di principi cardine per i musulmani tra cui il trattamento equo delle donne, equiparando la violazione dei loro diritti coniugali a una violazione del patto stipulato con Dio.

La posizione dell’Islam sulla violenza nella coppia.

La posizione islamica sulla violenza familiare è tratta dal Corano, dalla pratica profetica (Sunna) e dai verdetti legali storici e contemporanei (fatawa). La violenza e l’abuso nei confronti di un essere umano (uomo o donna che sia) è una grave violazione che prevede sanzioni nella giurisprudenza islamica. La violenza in ambito familiare è affrontata sotto il concetto di danno (darar) nella legge islamica. Per danno non si intende solo la violenza fisica ma anche la violazione delle norme che regolano il matrimonio e il mancato riconoscimento dei diritti del coniuge. Nel caso dell’abuso sulla moglie, comprende anche la negligenza del marito nel fornire il sostegno finanziario obbligatorio (nafaqa) a sua moglie, una sua lunga assenza da casa, l’incapacità di soddisfare i bisogni sessuali della donna o qualsiasi maltrattamento anche ai familiari della moglie. Le applicazioni di questi principi nella giurisprudenza durante i secoli sono noti, e i verdetti emanati contro i mariti violenti in diversi casi di violenza domestica sono chiari. L’Islam permette a una moglie che ha subito dei torti o violenza di chiedere un risarcimento ed l’applicazione del ta’zir (punizione corporale discrezionale). Il giurista siriano del XIX secolo Ibn Abidin dichiarò che il ta’zir è obbligatorio nel caso di violenza fisica di un uomo verso la moglie, nel caso che lasci dei segni sulla pelle (la sentenza è molto dettagliata e parla di lividi, fino alle fratture,  ustioni o altro).[3]

L’Islam quindi condanna tutte le forme di violenza contro le donne, e la lesione dei loro diritti umani e civili. Ma se i testi sono chiari e la giurisprudenza più autorevole è ad essi coerente, dove si appoggiano le interpretazioni sessiste della religione –molto diffuse-che vorrebbero la moglie musulmana sottomessa, priva di autorevolezza e di voce in capitolo nella famiglia come nella società? Se tanti predicatori poco preparati diffondono letture contro le donne, è necessario affrontare proprio quei testi che sono da questi più utilizzati per legittimare un’autorità maschile generale sulle donne e quindi del marito sulla moglie, fino alla legittimazione della violenza. La condizione a tratti negativa delle donne nei paesi a maggioranza musulmana è dovuta a fattori culturali e non strettamente religiosi, ovvero a una cultura religiosa cresciuta in seno a società fortemente patriarcali, ma non confermata dai testi. Dunque si tratta di una visione distorta della religione, rafforzata dalla diffusione di testi falsi o equivocati e da forzature interpretative, di cui sono responsabili prima di tutto i religiosi.

È necessario innanzitutto fare fronte alla questione dell’interpretazione dei versetti coranici e dell’utilizzo dei detti profetici deboli[4] o addirittura falsi, che trasmettono misoginia e vengono diffusi a livello popolare. Nonostante su un certo argomento vi siano ahadīth autentici o un testo coranico chiaro, non è raro che venga utilizzato un hadīth debole molto conosciuto come se fosse una fonte autentica, solo per rafforzare un personale punto di vista o la visione culturale dominante. L’influenza culturale è stata molto forte nell’interpretazione del versetto IV, 34, che rimane uno dei più scivolosi per l’interpretazione poiché introduce il concetto di qiwamah, la responsabilità materiale degli uomini verso le donne all’interno del sistema di distribuzione dei beni e dell’eredità di cui si occupa appunto la Sura IV, e il trattamento delle donne che si rendono colpevoli di nushuz (termine di solito tradotto con insubordinazione, ma più correttamente da intendersi come slealtà nei confronti del patto matrimoniale, grave torto o adulterio), che prevede una gradualità prima della separazione  e della perdita del diritto al mantenimento. Molto discusso, questo versetto per alcuni interpreti sancisce la superiorità dell’uomo sulla moglie e giustifica l’uso delle percosse per “correggerla”. Ma la maggioranza degli esegeti contesta questa interpretazione che riflette la cultura patriarcale degli studiosi (maschi) e non l’orientamento generale sul matrimonio che dà il Corano.

Il versetto 34 della Sura IV (Le donne) recita (traduzione mia): «Gli uomini sono responsabili (qawwamun) per le donne, a causa di ciò che Dio ha concesso a qualcuno di loro (uomini) rispetto ad altri (di loro) e perché essi spendono per (le donne) i loro beni. Le donne virtuose sono le sincere, che proteggono nel segreto quello che Iddio ha preservato. Consigliate e riprendete quelle di cui temete la slealtà, e lasciatele sole nei loro letti, e separatevi da loro»..

La questione del qiwamah. Superiori o responsabili?

Iniziamo con il prendere in considerazione la prima parte del versetto IV, 34, che definisce gli uomini qawwamun (responsabili) nei confronti delle donne. Nelle traduzioni italiane finora disponibili  il versetto è stato reso con: «Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Dio concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni» (R. Piccardo); «Gli uomini sono preposti alle donne in ragione dei favori che Dio accorda a questi su quelle e per le spese che fanno sui propri beni» (G. Mandel); «Gli uomini sono preposti alle donne, perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle» (A. Bausani); «Gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni di voi sugli altri e perché spendono parte dei loro beni per mantenerle» (Ida Zilio Grandi) . La traduzione francese autorizzata dal Regno dell’Arabia Saudita va oltre e recita: «Les hommes ont autoritè sur les femmes, en raison des faveurs que Dieux accorde à ceux-là sur celles-ci, et aussi à cause des dépences qu’ils font de leurs biens».[5] Le traduzioni italiane, come del resto la maggior parte di quelle inglesi, pongono non pochi problemi per la trattazione di questo versetto, poiché ricalcano un’interpretazione sessista, e questo complica molto le cose per i musulmani e gli studiosi non arabofoni. A mio avviso la mancanza di attenzione al genere nel tradurre, che determina una limitata verifica delle esegesi disponibili, è una grave mancanza. Essa però riflette una mentalità e un approccio all’Islam specifici e bisogna prenderne atto.  In questo verso ci sono tre termini importanti – qawwamuna, nushuzahunna e idribuhunna – che sono spesso tradotti in modo impreciso, probabilmente per una eccessiva semplificazione che però porta ad una grave incoerenza con il resto del testo coranico.

Lo studioso egiziano Mohammed al-Ghazali (1917-1996) nel suo libro del 1980 “La questione della donna” ha spiegato il concetto coranico di qiwamah, ovvero la responsabilità materiale che il Corano impone all’uomo nei confronti di sua moglie e della propria famiglia, in virtù del sistema ereditario e sociale che l’slam dispone. Molti esegeti hanno però interpretato questo concetto come un’autorità generale che il genere maschile ha su quello femminile, e una superiorità ontologica dell’uomo sulla donna per volontà di Dio, che avrebbe «preferito gli uni alle altre». Quest’ultima affermazione è presente in molte traduzioni del versetto in questione. Le stesse traduzioni italiane attuali confermano questa lettura, che M. Al-Ghazali -come altri autorevoli giuristi e teologi- ha criticato e che ha equiparato alle pratiche tradizionali di controllo delle donne politiche e tribali.

La radice verbale di questo termine indica l’occuparsi di qualcosa, custodirla e prendersene cura. In altri termini, l’uomo deve sostenere materialmente sua moglie e soddisfare tutti i suoi bisogni per quanto riguarda il cibo, l’abbigliamento e l’alloggio. È lui che deve prendersi carico dei bisogni della famiglia e assicurarle la protezione necessaria, la salute e ciò di cui si ha bisogno, spendendo dei suoi beni, anche in virtù del fatto che riceve una parte maggiore di eredità nella maggior parte dei casi.

Devo sottolineare che tutte le traduzioni attualmente disponibili in italiano presentano una parafrasi dove la sopraffazione del carattere linguistico maschile sul femminile è evidente. Ciò può essere una conseguenza dell’esegesi classica, che manca di quella sensibilità al genere che avrebbe portato a rendere maggiore giustizia al Corano in quella che chiamiamo la traduzione dei suoi significati. È necessario che oggi si faccia uno sforzo ulteriore nel lavoro di traduzione e parafrasi per tenere conto anche di questi elementi, poiché nell’esegesi contemporanea non ci si può esimere dall’attenzione al genere.

Battetele…

Anche la seconda parte del versetto 34 della Sura IV presenta questioni interpretative importanti: ‹‹Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione (nushuz), lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse »[6] . Questo versetto è stato utilizzato, e ancora oggi è così, per autorizzare in casi estremi il marito a picchiare la moglie, come ultimo tentativo di far cessare un comportamento gravemente offensivo della moglie(nushuz), dopo aver provato con l’ammonimento e l’astensione  dai rapporti sessuali. Questo versetto ancora oggi è interpretato da alcuni come un’autorizzazione a picchiare la propria moglie. La maggior parte degli studiosi però sottolinea che ciò è in contraddizione con la Sunna del Profeta, perché in molti testi egli ha rimproverato gli uomini che picchiavano le mogli, e lui stesso  «Non ha mai colpito nessuno nella sua vita, né uomo né donna, tranne che in battaglia» secondo un hadith autentico trasmesso dalla moglie Aysha.  Le raccomandazioni di Muhammad a non toccare le donne sono tante fra i testi giudicati autentici, fino al suo ultimo discorso pronunciato durante l’ultimo pellegrinaggio, in cui, elencando principi cardine del comportamento dei credenti, raccomandò loro di ‹‹trattare bene le donne››…

Il Corano è stato rivelato in lingua araba – una lingua semitica, polisemica e complessa – quattordici secoli fa. Ciò significa che il significato di un termine va cercato nel contesto e in coerenza con gli altri testi coranici sullo stesso argomento. L’esegesi classica e la comparazione delle interpretazioni danno ulteriori elementi.

Abbiamo reso il termine nushuz con “avversione, slealtà” (verso il coniuge e il patto matrimoniale), ma di solito è reso come insubordinazione, ribellione e “cattiva condotta fino all’ adulterio. Non è casuale che le traduzioni lo rendano come “insubordinazione” della donna, partendo dal presupposto che ella sia soggetta all’autorità maschile, e si sollevi a reclamare qualcosa. Anche questo è un tratto culturale che emerge nella scelta dei significati.

Il termine nushuz è quindi comunemente inteso nel versetto IV, 34 come la ribellione delle mogli musulmane, che poi determina ammonimenti e punizioni fisiche. Questa è un’interpretazione strumentale all’ordine patriarcale. È necessario fare una rilettura del nushuz, maschile e femminile, come appare nel Corano. Proprio nella stessa Sura IV, al versetto 128, il nushuz è quello degli uomini, e viene tradotto non come insubordinazione –va da sé- bensì come disaffezione e avversione (ma anche allontanamento e quindi diserzione dalle responsabilità di marito), che giustificano la richiesta di divorzio: ‹‹Se una donna teme la disaffezione del marito o la sua avversione, non ci sarà colpa alcuna se si accorderanno tra loro. L’accordo è la soluzione migliore.›› (Corano, IV,128)[7]

Il termine deriva dalla radice n-sh-z,  che perlopiù indica il sollevarsi, alzarsi, presentare o farsi spazio. Esso  appare altre  cinque volte nel testo coranico. Quando Iddio fece tornare in vita un asino morto (II,259), e poi in LVIII,11 nel senso di farsi spazio, per migliorarsi, cosi che Iddio ci accrescerà in scienza e consapevolezza. Il teologo indo-pakistano Shabbir Ahmad Usmani (1887 – 1949) ha affermato che con questo termine si indica un comportamento che si innalza non contro il coniuge ma contro la virtù e la sincerità. Possono essere inclusi anche l’inganno o altre forme di slealtà coniugale, che sia i mariti sia le mogli possono mettere in pratica. Una sensata comprensione del nushuz come slealtà coniugale, in una varietà di forme, mi sembra chiaramente appropriata per entrambi i casi matrimoniali (IV,34 e IV,128).

Continuiamo con l’analisi del versetto IV,34 per il terzo termine problematico:

‹‹(…) e battetele (wa-dribuhunna) . Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse …›› (Corano, IV,34)[8]

Uno dei significati correnti del verbo Daraba, e di conseguenza del termine idribuhunna, è certamente quello di “battere, picchiare” e anche nelle traduzioni italiane a nostra disposizione è stata fatta questa scelta. Un altro significato del termine, che è più coerente con il contesto, è di “rivolgere indifferenza e disprezzo”,  «voltare le spalle» o «lasciar perdere qualcosa o qualcuno, ignorarlo». Se ritenessimo che daraba significhi esclusivamente «colpire», il testo coranico sarebbe incoerente sia con la Sunna del Profeta, il quale ha sempre ordinato agli uomini di non picchiare le donne, sia in base alle fonti biografiche della Sirah, dove si dice che egli mai egli alzò la mano su una moglie o una figlia o un’altra donna della famiglia. Nelle raccolte della Sunna giudicate autentiche si riporta che il Profeta Muhammad disse: «Il migliore di voi è il migliore nei confronti delle sue spose». In un altro hadīth, riguardo al fatto di picchiare la propria sposa in un caso estremo, disse: «I migliori di voi non picchieranno». E in un altro hadīth è riportato che, quando alcuni uomini della comunità picchiarono le loro spose ed esse andarono a lamentarsi da lui, Muhammad tenne un sermone durante il quale raccontò della visita dicendo che numerose donne si erano lamentate dei loro mariti. Egli concluse dicendo: «Quelli (quei mariti) non sono i migliori di voi.» (Hadith autentico). Alcuni esegeti richiamano poi l’abitudine del Profeta, quando si trovava in contrasto con le mogli, di allontanarsi per qualche tempo, e ciò fa propendere per l’allontanamento, l’abbandono, in risposta all’avversione della moglie (nushuz), piuttosto che le percosse, del tutto estranee alla Sunna profetica e non menzionate altrove nel Corano.

L’azharita Mohammed Al-Ghazali [9] ha duramente criticato la tendenza a interpretare il versetto di Corano, IV, 34 come il permesso a percuotere la propria moglie in caso di scorrettezza. Ha definito questa interpretazione superficiale e in contraddizione con il resto del Corano e gli ahadīth sull’argomento, che al contrario esortano al rispetto reciproco nella coppia e a risolvere le controversie, anche le più gravi, in modo pacifico. Al-Ghazali ha affermato che nel Corano non vi è certo un’esortazione a picchiare, poiché secondo l’insegnamento islamico le relazioni di genere devono essere basate sul rispetto e la tenerezza reciproca, e sulla soluzione dei problemi in modo garbato, anche in caso di divorzio, come esorta il Corano: «Si può divorziare due volte. Dopo di che, trattenetele convenientemente o rimandatele con bontà» (Corano, II,229). Un altro versetto recita: «Quando divorziate dalle vostre spose, e sia trascorso il ritiro, riprendetele secondo le buone consuetudini o rimandatele secondo le buone consuetudini. Ma non trattenetele con la forza, sarebbe una trasgressione, e chi lo facesse mancherebbe contro se stesso» (Corano, II,231). Qualsiasi violenza e coercizione contro le donne che viene usata per controllare o soggiogare è considerata oppressione ed è inaccettabile nell’Islam, anche se è sanzionata da pratiche culturali. Allora perché la parola idribuhunna, nelle traduzioni italiane e in altre lingue europee –incluso l’inglese, letto da un enorme numero di musulmani soprattutto asiatici- viene resa con picchiatele, battetele? Questa scelta è coerente con una gran parte delle interpretazioni che ne sono state date, e con la considerazione del termine arabo con il suo uso corrente. Ma l’arabo coranico è una lingua che trova il suo significato nel contesto coranico stesso, che è un sistema armonico e completo. In generale, un termine nella lingua araba senza la considerazione del più ampio contesto coranico e dei suoi usi in esso, come   idribuhunna, può ben essere interpretato come “battetele”. È l’uso nel linguaggio generale e nella letteratura.  Tuttavia, l’esegesi coranica non è condotta in questo modo, per questo l’esegeta deve avere requisiti di conoscenza della lingua araba e delle scienze coraniche oltre che della sunna che non sono alla portata di tutti. La tradizione sapienziale islamica ci offre quindi molto materiale consultabile e comparabile di ciò che è stato prodotto da questi studiosi anche a proposito di questo termine.  Lo scopo dell’esegesi è quello di comprendere il versetto alla luce del suo miglior uso possibile del Corano classico e alla luce dei più ampi temi coranici, specialmente quelli che si occupano di relazioni coniugali. Alcuni dei versetti sulla relazione matrimoniale ci espongono chiaramente che la coppia si basa sulla tenerezza e il sostegno reciproco e non certo sulla prevaricazione:

 ‹‹E fa parte dei Suoi segni l’aver creato per voi delle coppie, affinché riposiate in loro, e ha stabilito tra voi amore e tenerezza›› (Corano, III,21)

‹‹Quando divorziate dalle vostre mogli, e sia trascorso il ritiro, riprendetele secondo le buone consuetudini o rimandatele secondo le buone consuetudini (Corano, II, 231)

‹‹O voi che credete, non vi è lecito ereditare delle mogli contro la loro volontà. Non trattatele con durezza nell’intento di riprendervi parte di quello che avevate donato, a meno che abbiano commesso una palese infamità. Comportatevi verso di loro convenientemente. Se provate avversione nei loro confronti, può darsi che abbiate avversione per qualcosa in cui Iddio ha riposto un grande bene.›› (Corano IV,19)

Lo sforzo esegetico tende a cogliere il significato migliore della Scrittura:

‹‹I miei servi) sono coloro che ascoltano con attenzione la Parola e obbediscono a quanto di meglio essa contiene. Essi sono coloro che Iddio ha guidato, sono i dotati di intelletto.›› (Corano XXXIX,18)

L’ interpretazione del verbo daraba con picchiare tradisce i  significati multiformi della parola che deriva dalla radice daraba non solo in generale in arabo, ma anche nel Corano stesso, dove lo stesso termine quando non è non relativo alle donne, è tradotto in modo diverso, ad esempio : “ha viaggiato sulla terra ” (daraba fil -ard) ; ” ha mescolato una cosa con un’altra cosa”(daraba sh -shay ‘ bi’sh –shay’. Oppure “ha proposto o presentato un esempio o una metafora”  (daraba mathal):

‹‹In verità Iddio non esita a prendere ad esempio un moscerino o qualsiasi altra cosa superiore…›› (Corano, II,26) e anche:

‹‹… Produce i suoi frutti tutto il tempo, con il permesso del suo Signore. E Iddio presenta esempi per le persone che forse verranno ricordati. Non hai visto a cosa Iddio paragona la buona parola? Essa è come un buon albero, la cui radice è salda e i cui rami sono nel cielo, e continuamente dà frutti, col permesso di Dio. Iddio propone (wayadribu) metafore alle persone affinché riflettano. ››(Corano, XIV, 24-25)

‹‹E avete  vissuto nelle abitazioni di coloro che si sono macchiati di torto, e vi è stato chiaro come ci siamo comportati con loro. E vi  abbiamo presentato (wa darabna ) degli esempi.›› (Corano XIV,45)

E ancora: ‹‹Iddio  espone (daraba ) una similitudine di schiavo……›› (Corano XVI,75)

‹‹Iddio espone (daraba) una parabola di due uomini…(Corano XVI,76)

“E Iddio  presenta (daraba) un esempio: una città che era al sicuro… ››Corano XVI,112)

‹‹E proposi (wa-idrib) a loro l’esempio di due uomini; a uno di loro avevamo dato due giardini… ››(Corano XVIII,32)

L’opposizione all’interpretazione di wadribuhunna come voltare le spalle o allontanarsi, si basa di solito sul fatto che tale significato necessita della  preposizione “an”[10] . Poiché essa non è presente in wadribuhunna di Corano IV,34, di solito si sostiene che la parola araba non può assumere il significato di allontanarsi in questo contesto. Appare ad esempio nel versetto XLIII,5:

‹‹Dovremmo allontanare il Monito da voi e ignorarvi (afanadribu) perché siete una nazione che ha trasgredito tutti i limiti? (Corano LXIII, 5) Tuttavia, da certi lessici arabi sembra che la parola idribuhunna non richieda necessariamente la preposizione “an” per rendere il significato di allontanarsi. Pertanto, la parola “Idribuhunna” nel Corano può ancora mantenere il significato di ” allontanarsi ” senza richiedere il requisito della preposizione ” an “.[11] Questa restituzione trova sostegno nell’analisi linguistica oltre che nella  norma dominante del Corano, che sottolinea come le istituzioni matrimoniali debbano essere gestite con gentilezza, rispetto e senza arrecare danno l’un l’altro. Si noti inoltre che la parola araba ” fa’izuhunna ” non significa esclusivamente “ammonire”, ma ha anche il significato di consigliare, predicare, e avvertire.

La traduzione che proponiamo è quindi:

‹‹… Da quelle di cui si teme avversione o cattiva condotta (nushuzahunna) consigliatele (fa’izuhunna) abbandonatele nei letti (uh’juruhunna) e (wa) separatevi da loro (idribuhunna), ma se ritornano (alla buona condotta) allora non cercate una via contro di loro …›› (Corano IV,34)

Questo versetto, spesso considerato come un’esortazione e un’autorizzazione a picchiare le donne è in realtà un insegnamento di grande equilibrio e misericordia nel conflitto tra coniugi (altrove presentato come abbiamo visto, al contrario, dal punto di vista della moglie), coerentemente con ciò che Iddio nel Corano ha posto a fondamento della relazione tra un uomo e una donna:

‹‹E tra i suoi segni c’è quello di avere creato coppie per voi e fra voi, affinché possiate trovare tranquillità in loro (litaskunu) , e ha posto tra di voi amore (muwaddatan) e misericordia (wa-rahmatan) . In questo vi sono segni per coloro che riflettono.›› (Corano, XXX,21)

E Iddio è su tutte le cose sapiente.

Marisa Iannucci

[1] https://www.istat.it/it/archivio/violenza (ultima visita 29/06/2018); https://www.istat.it/it/files//2018/03/Violenza-di-genere_Prof.-G.-Alleva.pdf

[2] M.Iannucci, Sulle donne musulmane. Scritti di Mohammed al-Ghazali,Giorgio Pozzi Editore, 2018; M. Iannucci, Gender Jihad. Storia testi ed interpretazioni dei femminismi musulmani, Società Editrice Il Pontevecchio 2013.

[3] Imam Ibn Abidin ash-Shami (1783-1836 d.C.) fu un eminente studioso e giurista della scuola Hanafita e muftì di Damasco.

[4]Classificati come tali (deboli, daif) per via della “narrazione debole”, legata alla trasmissione orale, che  a causa di lacune o imprecisioni ne rende impossibile stabilirne l’autenticità.

[5] Il corsivo è mio. Cfr. M.Iannucci, Sulle donne musulmane, op.cit.

[6] Traduzione dei versetti da:  Hamza Roberto Piccardo (a cura di), Il Corano, la traduzione dei suoi significati in lingua italiana, Newton Compton Editori, 2015.

[7] ibidem

[8] ibidem

[9] M. Al Ghazali, Qadaya al mar’a… (op.cit)

[10] Edward William Lane, Arabic english Lexicon, 1893, Stanley Lane-Poole; Ibn Mandhur, Lisan al-arab, Dar Sader ,2000.

[11] ibidem

Citare questo saggio nel seguente modo : Marisa Iannucci, “Battetele? Una lettura di genere”, in:  Non solo reato, anche peccato, a cura di Paola Cavallari, Effatà 2018

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