Il velo tra obbligo e divieto. E la libertà delle donne?

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di Marisa Iannucci

Il velo islamico, la copertura del capo e del corpo delle donne musulmane nelle tante forme che esso ha assunto e assume oggi, è un tema complesso, che richiede un’analisi approfondita, e la capacità di comprendere un fenomeno religioso – e quindi con una sua dimensione storica, culturale e sociale – che ha mutato di forma e di significato nel tempo. Esso è un precetto coranico e la sua pratica un atto di devozione verso Dio, di obbedienza all’esortazione al pudore e alla castità. Ma è anche un forte segno identitario, che sia una libera scelta delle donne o un’imposizione sociale. Se il carattere del simbolo è la polisemia, esso si presta ad attraversamenti ed interpretazioni, perciò richiede altrettanta attenzione nel leggere quello che ci racconta di volta in volta.  Spesso invece  esso è trattato con superficialità, e un’ anomala attenzione feticistica che ne ha fatto in Europa il simbolo per definizione dell’oppressione della “donna musulmana”, icona di un Islam immaginato, temuto quanto sconosciuto. Il velo sul capo delle donne appartiene anche alle culture europee, ebraiche, cristiane e greco romane (Muzzarelli 2016), benché rimosso. Del resto anche in Arabia era diffuso prima dell’Islam. Il Corano ha introdotto precetti e norme che sono andati a confermare, modificare, e più spesso ad abolire usi e costumi della società araba del VII secolo, anche per ciò che riguarda lo statuto delle donne, la loro posizione giuridica e sociale. Il velo delle donne rientra in una generale esortazione alla purezza ed alla sobrietà, che è rivolta anche agli uomini. Nei due versetti che esprimono il precetto per le donne, vengono usati due termini che si riferiscono agli abiti indossati a quel tempo: khumūr (plurale di khimār) e jalābīb (plurale di jilbāb). Dai commentari sappiamo che le donne del tempo vestivano lunghi abiti (Jalābib) e usavano coprirsi con il khimār, un lungo mantello che a volte copriva anche il capo e lasciava scoperto il collo e la parte superiore del petto. I versetti esortarono le donne a coprirsi completamente con i loro abiti, includendo queste parti.

«Dì ai credenti di abbassare il loro sguardo e di essere casti. Ciò è più puro per loro. Iddio ben conosce quello che fanno. E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere i loro veli (khumūrihinna) fin sul petto e non mostrare dei loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri…» (Corano, XXIV,31)

Nell’altro versetto termine usato è jalābīb:

«O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli (jalābibihinna), così da essere riconosciute e non essere molestate.» (Corano, XXXIII,59)

Con queste raccomandazioni il Corano prescriveva alle donne di osservare un maggiore pudore e di distinguersi in quanto musulmane, dal resto della gente. Non si trattò di un confinamento, o di porre una barriera fisica tra le donne e il resto delle persone. Esse infatti, anche dopo la prescrizione uscivano da casa, si recavano in moschea per le preghiere –anche di notte- e assistevano alle assemblee della comunità; seguivano le lezioni pubbliche e insegnavano, a uomini e donne; partecipavano con diritto di voto alle decisioni politiche e alla guerra, impegnandosi direttamente nei campi di battaglia (Lamrabet 2010; Iannucci 2013). Oltre ai due versetti citati, nel Corano non vi è ulteriore spiegazione su come le donne avrebbero dovuto coprirsi. Si fa quindi riferimento ad un hadīth (detto profetico) che entra nel dettaglio dell’abbigliamento raccomandato alla donna adulta. Gli ahadīth raccolti nella Sunna (tradizione profetica) – costituiscono la seconda fonte della Shari’a-, spiegano il Corano e ne sviluppano alcuni temi in dettaglio.

«…E su di te abbiamo fatto scendere il Monito, affinché tu spieghi agli uomini ciò che è stato loro rivelato e affinché possano riflettervi.» (Corano, XVI,44)

Un hadīth riportato da Abu Da‘wūd e narrato da ‘Aysha, riporta che Asmā’ – figlia di Abu Bakr- entrò un giorno dal Profeta vestita di abiti trasparenti. Quindi le disse: «O Asmā’, quando una donna diventa adulta, conviene che mostri solo queste parti» (E indicò il viso e le mani, in una altra versione del testo anche i piedi). Nonostante i testi citati, è opportuno ricordare che si è sviluppata una corrente interpretativa minoritaria a favore della copertura completa del corpo delle donne, incuso volto, mani e piedi. Al di là delle interpretazioni di singoli studiosi a favore del velo integrale, riproposte oggi da posizioni oltranziste neosalafite, è certo che non vi è alcuna indicazione a proposito nel Corano e nella Sunna del Profeta, il quale peraltro l’ha espressamente proibita alle donne –che evidentemente la praticavano- durante il Pellegrinaggio a Mecca all’interno della Moschea Al-Harām. Il divieto è riconosciuto dalla maggioranza delle scuole giuridiche, e sul hadīth che lo pone non c’è divergenza, ad eccezione di gruppi neosalafiti di derivazione hanbalita. Chi sostiene l’obbligo del velo integrale e di separazione per tutte le donne, e chi al contrario afferma che il velo sia un precetto esclusivamente rivolto alle mogli del Profeta e non alle altre credenti, compie una strumentale generalizzazione. In entrambi i casi non si tiene in considerazione che le circostanze della rivelazione e le destinatarie dei versetti che citano ciò che noi oggi intendiamo con “velo”, non sono le stesse. Le Mogli del Profeta godevano di uno statuto speciale, tant’è che il Corano vietò loro di risposarsi alla morte di Muhammad. A loro è stato prescritto l’hijāb, che oggi indica comunemente il velo delle donne.

«… Quando chiedete (alle mogli del Profeta) qualche oggetto, chiedetelo da dietro una tenda (hijāb): ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro. Non dovete offendere il Profeta e neppure sposare una delle sue mogli dopo di lui: sarebbe un’ignominia nei confronti di Dio.»  (Corano, XXXIII, 53)

Questa parola deriva dalla radice trilittera hjb che indica il velare, coprire, celare alla vista.  Nel Corano la incontriamo molte volte, con il significato di una barriera fisica o spirituale:

«Quando leggi il Corano, mettiamo una spessa cortina (hijāb) tra te e coloro che non credono nell’altra vita.» (Corano, XVII, 45)

 «Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro spirito, che assunse le sembianze di un uomo perfetto. (Maria quando le viene annunciata la nascita di un figlio puro).» (Corano, XIX,17)

Dalla stessa radice deriva hajb, ossia la proibizione di entrare e hijāb ovvero tenda, cortina, elemento che sottrae alla vista, separa e nasconde, per estensione oggi il velo indossato dalle donne musulmane. L’hijāb nasconde alla vista il corpo, separa il privato dal pubblico, l’intimità familiare dalla vita sociale. Spesso si è legittimato l’isolamento delle donne tra le mura domestiche, per estensione della riservatezza alla quale si attennero le mogli del Profeta in seguito a questo versetto. Esso però si riferiva esclusivamente a loro, come ci confermano i commentari, in seguito al disagio di Muhammad e della sua famiglia, che erano disturbati dalle tante e prolungate visite alla loro casa e da comportamenti inopportuni della gente. Con obiettivi contrari, ma ancora attraverso una semplificazione, vi sono posizioni da parte di intellettuali di cultura musulmana che oggi considerano il precetto del velo riservato alle mogli del profeta Muhammad. I versetti citati però sono chiari e la questione così posta pare improduttiva poiché si pone su un piano di obbligo o non obbligo, senza affrontare il nodo fondamentale, che è la libertà dell’essere umano di professare o meno la religione, e soprattutto la libertà delle donne di praticare o meno la fede e di gestire autonomamente il proprio corpo.

Se il velo è prima di tutto un atto di devozione (ibādah), esso deve essere indossato dalle credenti sulla base di una libera scelta di fede, come afferma il Corano in II,256: “Non c’è costrizione nella religione”. Ciò che chiamiamo velo in realtà è uno stile di vita, molto più di un abito, e va letto in un sistema di comportamento e relazione tra uomini e donne improntato al pudore e alla riservatezza reciproci, ad un sistema di valori proprio dell’Islam. Si può dedurre dagli ahadīth come il velarsi sia stato compreso fin dagli inizi dalle donne musulmane come un atto di obbedienza a Dio e non ai loro uomini, e fu all’epoca una libera accettazione da parte delle donne di ciò che il Corano prescriveva loro. Un’ importante raccolta di ahadīth che racconta la condizione femminile all’epoca del Profeta e dei primi califfi ortodossi è l’opera di Abd al-Halīm Abū Shaqqa (1924-1996) Tahrīr al-mar’ah fī ‘aṣr al-Risālah (La liberazione delle donne all’epoca della rivelazione). Lo studioso riporta molte narrazioni sulla vita delle donne all’epoca della rivelazione. É evidente che prima dell’ingiunzione coranica le donne non intendevano cambiare i loro costumi, neanche per obbedire a un uomo autorevole come ‘Umar ibn al-Khattāb, che sarebbe divenuto il secondo califfo. Ibn Mas’ud riferì che ‘Umar un giorno disse alle mogli del Profeta di velarsi, ma Zaynab bint Jahsh gli rispose: «Perché ci dai ordini, mentre la Rivelazione scende sulle nostre case?» (Abu Shaqqa 1996) La condizione femminile cambiò notevolmente dopo la morte del Profeta e ancora di più dopo i primi califfati ortodossi, con le successive dinastie e i nuovi assetti sociali che vennero formandosi in seguito all’espansione del territorio musulmano. La segregazione delle donne in molti paesi e il velo integrale, furono messi in discussione solo in epoca coloniale, soprattutto nell’ambito delle lotte indipendentiste, che coinvolsero anche le donne. Allora nacquero le prime organizzazioni femminili: la “Società per l’istruzione delle donne” fu fondata in Egitto nel 1888, e del 1923 è l’U.F.E. (Unione Femminista Egiziana). Il dibattito sul velo era pubblico, sulla stampa in fermento, soprattutto in Egitto si dibatteva sulla condizione femminile. Qasim Amin (1865-1908) scriveva “La liberazione della donna” nel 1900 e “La nuova donna” nel 1901, polemizzando sul velo con Malak Hifni Nasif (1886-1918). (Ahmed 1992; Iannucci 2013) Nonostante più di un secolo di pensiero e di lotta femminista nei paesi arabi, oggi è soprattutto la visione orientalista e coloniale a dominare in Europa nel discorso sul velo, che non corrisponde affatto alle realtà dei tanti contesti in cui vivono oggi le donne musulmane nel mondo.

Il dibattito intorno al velo ha assunto in Europa negli ultimi anni aspetti morbosi, nutrendosi sovente di discorsi razzisti e colonialisti (Rivera 2005-2009, Iannucci 2013), preferendo la generalizzazione all’analisi attenta e competente che la sua complessità richiederebbe. Ciò va a favore delle politiche xenofobe e all’affermazione dello “scontro di civiltà”. Inoltre, negli ultimi due decenni, anche verso la demonizzazione dell’Islam come matrice del nemico globale, il terrorismo “islamico”.  É il velo però a scatenare le reazioni più violente ed irrazionali in Europa, grazie alla capacità di evocare un immaginario coloniale ancora presente. Esso è sempre più spesso semplificato a simbolo della sottomissione all’uomo, della donna ridotta ad oggetto sessuale del maschio, oppressa e segregata dalla società (Sgrena 2008a; 2016b; Lazreg2011).  Le musulmane che anche in Europa scelgono di indossare in qualsiasi forma l’hijāb, per devozione e convinzione religiosa, per scelta identitaria o per tradizione, sono molte. Che siano cittadine, autoctone o immigrate, esse subiscono discriminazioni multiple nell’Europa dei diritti che non accetta la fede se non come espressione individuale ed invisibile. Di certo sappiamo che in alcuni paesi, in cui i diritti delle donne sono costantemente violati, spesso il velo non è indossato liberamente. In questi casi però, la questione è senz’altro più profonda e riguarda la condizione generale delle donne-spesso anche di molti uomini- e i loro diritti. Ovviamente c’è anche questo nella storia delle donne musulmane, ma è evidente che laddove vi è una costrizione a coprire –o a scoprire- il corpo, si assiste ad una violenza, e il problema quindi non è l’abito, bensì il dominio maschile in ogni campo, che peraltro è un problema ovunque. E la vera prigione delle donne non è il velo né l’Islam, ma il patriarcato, trasversale a popoli e religioni, la più antica delle istituzioni umane. Le donne nella storia musulmana hanno un ruolo importante, che non emerge, perché obliato dalla storia ufficiale, che si vorrebbe neutra ma invece è maschile. Come scriveva il riformatore algerino Ibn Bādīs (1889-1940): «Se si vuole davvero l’emancipazione delle donne bisogna sollevare il velo di ignoranza dalla loro mente, prima di togliere il velo che le copre. Perché è l’ignoranza che ha lasciato arretrate le donne, ma il velo che copre loro il corpo non gli ha recato danno nei tempi in cui erano emancipate e culturalmente avanzate, come le donne di Cordoba e di Bijāyah, che ebbero grande prestigio nelle scienze, ed erano velate.» La storia delle donne è stata occultata dal dominio maschile nel campo del sapere, esclusivo fino ad un passato ancora recente. É necessario dedicarvisi di più, e valorizzarla con studi specifici in ambito musulmano. Il recente movimento del femminismo musulmano ha prodotto studi che ricostruiscono il contributo delle donne al patrimonio islamico, oltre a rileggere fonti teologiche e storiche in un’ottica di genere. Le fonti della Sharī‘a (Corano e Sunna) che riguardano le donne sono oggetto di studio e interpretazione (ijtihād) per le teologhe musulmane che oggi portano il velo e hanno un impegno femminista. Così l’hijāb -nel significato che gli si dà oggi, cioè come insieme dell’abbigliamento e del comportamento nello spazio pubblico della donna velata (muhajjaba) – è definito dalle femministe come espressione di un diritto della donna a coprire il suo corpo, a sottrarlo allo sguardo maschile, che ha modellato una società in cui le donne sono molto presenti ma hanno poco potere, in cui il corpo femminile è nudo anche per vendere automobili, un oggetto a disposizione del mercato. A questo modello si oppone la scelta del pudore che diviene rivoluzionaria, disobbediente, oltre ad essere espressione di scelta di fede. Il pudore è un diritto non negoziabile, a costo di perdere-in Europa- il lavoro, o la possibilità di istruzione. Sono infatti moltissime le donne che scelgono di coprirsi oggi in Europa, nonostante le difficoltà di inserimento sociale che questo comporta uno stillicidio di difficoltà ed umiliazioni quotidiane che passano inosservate. Accade poi che si accenda l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica in seguito a singoli casi. Ordinanze locali, divieti, o più impegnative campagne islamofobe colpiscono in primo luogo le donne, dai singoli casi alle questioni giudiziarie. È accaduto in forma più grave nella laicista Francia nel 2004, con quella che Emmanuel Terray ha definito un’isteria politica (Terray 2004), che ha attanagliato i francesi dal 1989 con una lunga campagna che è sfociata nella legge 228-2004, che ha proibito nella scuola pubblica tutti i segni religiosi “ostentati”, ma in realtà aveva come obiettivo solo l’hijāb delle ragazze musulmane. Ma anche in Germania recentemente alcune vicende giudiziarie hanno mostrato la difficoltà delle aziende ad  “accettare” una dipendente che indossi un semplice foulard. Dopo la legge antivelo di Chirac, nel 2016 ecco una nuova ondata di isterismo con l’affaire burkini, innescata da un tragicomico divieto alle donne velate -con il costume integrale in lycra o più tradizionali foulard- a frequentare le spiagge francesi, dove si dovrebbe stare –pare-rigorosamente svestiti. Questa volta il Consiglio di Stato francese si è espresso sulle ordinanze definendole lesive delle libertà fondamentali, e gli ha fatto seguito un commento di analogo tenore dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Non è stata altrettanto illuminata la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 14 marzo 2017, chiamata a pronunciarsi su due casi di licenziamento -in Belgio e in Francia- di lavoratrici musulmane che volevano indossare il velo al lavoro[1]. La corte ha stabilito che non si è trattato di discriminazione.  Senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria, è evidente che bisogna interrogarsi su cosa spaventi in una donna con il foulard allo sportello di un ufficio, in un tribunale, o in un’aula scolastica, come dimostrano i tanti casi simili. Qualsiasi velo, dal nero niqāb al modaiolo burkini, è ormai strumentale ad evocare la differenza antropologica tra noi e loro, la distanza incolmabile tra i barbari musulmani e il civilissimo Occidente. Un discorso colonialista amplificato dai media, soprattutto in questi ultimi anni, in cui abbiamo visto-parallelamente alle vicende geopolitiche verificatesi dal 2001 in poi- un aumento del razzismo contro arabi e musulmani, sempre più accumunati al fondamentalismo e all’estremismo violento di gruppi come al-Qaida o IS.

Le donne sono le più colpite dall’ islamofobia, in termini di aggressioni e discriminazioni di vario genere, soprattutto sul lavoro, come riportano molte ricerche europee[2]. Queste difficoltà si aggiungono agli ostacoli culturali provenienti dalle comunità religiose- ove permane una subcultura religiosa maschilista, un patriarcato pseudo religioso diffuso tra i musulmani immigrati in Europa- e all’etnocentrismo intellettuale delle femministe e delle organizzazioni per i diritti umani, che propongono la retorica delle donne musulmane da svelare. Le stesse femministe velate in Occidente subiscono l’ostilità di tanto femminismo storico, che non riesce a riconoscere alle donne musulmane il diritto di individuare un proprio percorso di liberazione. Il caso francese del burkini, che ha aperto un dibattito pubblico anche in Italia, ha suscitato dichiarazioni imbarazzanti anche tra le femministe, o il silenzio, a fronte della violazione palese della libertà femminile.

In base a quanto detto possiamo fissare due punti su cui occorre fare una riflessione. Uno più generale, che riguarda la discriminazione legata al velo, la paura dell’Islam e la mancanza quasi totale di conoscenza da parte dell’opinione pubblica, in seguito ad una narrazione -prevalente in Occidente oggi-della religione del Corano come violenza, prevaricazione, maschilismo e spregio dei diritti umani. Ciò minaccia la coesione sociale, esaspera paure già presenti in Europa per la crisi economica, le ondate migratorie, il terrorismo internazionale. Un secondo tema è quello della libertà delle donne, non di indossare o meno il velo, bensì di scegliere cosa fare del proprio corpo e delle proprie vite. Certamente per le donne musulmane questo riguarda anche il velarsi e lo svelarsi, perché da sempre la libertà delle donne passa dal loro corpo, dalla loro disponibilità sessuale e riproduttiva, su cui si concentra il dominio maschile e il controllo. Ma per loro c’è di più. Sul corpo delle donne musulmane- in Iran, Afghanistan come a Parigi- si combatte oggi una battaglia ideologica e politica tra chi si contende il diritto di dire alle donne come devono vestirsi, pensare e vivere.

Nel 1923, alla stazione del Cairo, di ritorno dal congresso femminista mondiale di Roma, Hudā Shaʿrāwī (1879-1947) si tolse il niqāb e scoprì il volto di fronte ai fotografi con un gesto di sapore futurista, seguita dalle altre delegate. Nel 2011 Tawakkul Karmān (1979) ricevette il Nobel per la pace indossando un ampio e sobrio hijāb, che suscitò la curiosità dei giornalisti internazionali. Nel 2004 mise di indossare il niqāb, lo tolse in una conferenza nella TV yemenita. Sollecitata più volte sul velo e sulla condizione delle donne nella drammatica situazione della società yemenita, ha dichiarato al Yemen Times nel 2010: «Le donne dovrebbero smettere di sentirsi parte del problema e diventare parte della soluzione. Siamo state emarginate per tanto tempo, ed ora è il momento per le donne di sollevarsi ed agire, senza chiedere il permesso. Oggi come in passato le donne devono lottare per affermare la libertà di essere ciò che vogliono e non quello che l’uomo ha deciso.» Uscire dall’isteria della liberazione delle donne dal velo consente di rivolgersi alla reale situazione delle donne, che, musulmane o no, si trovano a vivere sotto quel pesante mantello che si chiama patriarcato. Sono necessari gesti di resistenza, di forte opposizione al modello globalizzato di consumo della donna, merce tra le merci, che l’Occidente ha globalizzato. E l’atto di devozione e di obbedienza al precetto coranico delle Compagne di Muhammad -che ascoltando il versetto del Corano strapparono le loro vesti per coprirsi il petto e il capo- diventa oggi per le giovani credenti che in Europa scelgono l’hijāb, la scelta dell’essere contro l’apparire, un gesto politico e di lotta, oggi anche femminista. Sono ancora attuali le parole di Malek H. Nasif, che all’inizio del Novecento scriveva:

 “La maggior parte di noi donne continua ad essere oppressa dall’ingiustizia dell’uomo, che col suo dispotismo decide quel che dobbiamo fare e non fare, per cui oggi non possiamo avere neppure un’opinione su noi stesse. […] Se ci ordina di portare il velo, noi obbediamo. Se ci chiede di toglierlo, facciamo altrettanto”. [3]

[4] Malak Hifni Nasif, Al-Nisa’iyat: Majmu’at maqalat nasharat fi al-jarida fi mawdu’ al-mar’a al-Misriyya, Ed. Multaqa al- Mar’a wa-l-Dhakira, Cairo,1998

Questo articolo è stato pubblicato  nel 2018:

Marisa Iannucci, “ Il velo tra obbligo e divieto. E la libertà delle donne?” in: Dall’islam in Europa all’islam europeo, a cura di M.Ayoubi e C. Paravati, Carocci 2018.

[1]In Belgio la sentenza C-157/15, Achbita e G4S Secure Solutions NV; in Francia  la sentenza C-188/15 Bougnaoui e Addh c. Micropole SA

[2]Enar, Forgotten Women, in particolare per l’Italia: The impact of Islamophobia on Muslim women in Italy, 2016; World Economic Forum, The Global Gender Gap Report 2015; Ires, Discriminazioni e luoghi di lavoro: una survey sulle valutazioni e le percezioni degli immigrati,2007

[4] Malak Hifni Nasīf , Al-Nisa’iyat: Majmu’at maqalat nasharat fi al-jarida fi mawdu’ al-mar’a al-Misriyya Ed. Multaqa al- Mar’a wa-l-Dhakira, Cairo,1998

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